Carlo Sgorlon, il cantore del Friuli

Carlo Sgorlon, il cantore del Friuli

Ho scritto più di trenta libri ne ho pubblicali venticinque, ho all’attivo molto più di mille articoli e decine di saggi. Ma forse un giorno sarò ricordato soltanto come inventore della parola Nord-Est, e tutto il resto sarà caduto dentro il pozzo di un silenzio totale. Può darsi. Il destino spesso ordisce alle nostre spalle beffe bizzarre, che vanificano tutte le nostre speranze e il lavoro di una vita intera. Chi vivrà vedrà.”   Carlo Sgorlon

Chiedo scusa, è permesso? Su questo blog sono solo un’ospite, ringrazio CP Traduzioni per lo spazio che mi concede. Vorrei presentarvi un autore che amo moltissimo, ma che è, passatemi l’infelice espressione, “fuori moda”. Ebbene sì, anche gli autori e le opere vanno un po’ a mode: alcuni se ne vanno lasciando il tempo che trovano, altri andrebbero riscoperti per amore della letteratura e della nostra cultura. È quest’ultimo il caso di Carlo Sgorlon (1930 – 2009), scrittore friulano rimasto in una sorta di limbo letterario: non più molto conosciuto in tutto il Paese, non ancora un grande classico. Eppure la sua terra lo ricorda a tutt’oggi con orgoglio e con affetto; le traduzioni delle sue opere, poi, lo hanno esportato nel mondo e lo hanno fatto conoscere e apprezzare persino in Cina.

Carlo Sgorlon L'armata dei fiumi perduti

Etica, epica e Storia

Rileggendo oggi un’opera come “Il patriarcato della luna” (1991) mi ha sorpreso la lungimirante etica ecologista, la sua ingenua utopia di una Terra da salvare: una predizione del degrado del pianeta attraverso gli occhi di un giovane visionario dalla mente brillante e dal cuore grande. Inoltre, come non fare tesoro di testimonianze storiche preziosissime quali “L’armata dei fiumi perduti” (1985), “La foiba grande” (1992) o “La malga di Sîr” (1997). “L’armata dei fiumi perduti” è stata per me una rivelazione, poiché racconta un fatto storico che in Piemonte, sui miei libri di scuola, non c’era: l’Operazione Ataman, ossia l’invasione cosacca della Carnia. Un’occupazione durata pochi mesi così come viene vissuta in una piccola comunità, la narrazione nei tipici toni fiabeschi e sacrali sgorloniani di un intero popolo che ha lasciato tutto per raggiungere una terra promessa, ma scopre di essere solo l’ennesima vittima dei giochi di potere nazisti. Il realismo magico di un’epica dell’illusione, della delusione, dei sentimenti più nobili che accomunano uomini e donne di ogni dove, spesso individui umili che però resistono alle burrasche della vita.

Il Friuli e la steppa si somigliano almeno in una cosa.”
Ossia?”
Nei nostri cimiteri sono seppelliti molti italiani, e nei vostri molti cosacchi. Una specie di gemellaggio nella morte.”

Il tesoro di Sgorlon

Un altro tesoro, a mio parere inestimabile, che Sgorlon offre ai contemporanei è la sua scrittura: è scorrevole, “pulita” verrebbe da dire, cioè libera da sperimentazioni, ma impreziosita da una proprietà di linguaggio e una ricchezza di lessico che rende la narrazione vivida, icastica. Troppo spesso oggi ci scordiamo quanti e quali utilissimi lemmi contiene il dizionario italiano, abbandonandoci, forse per indolenza, all’uso dei soliti quattro vocaboli in croce. Senza risultare in alcun modo obsoleto, il conservatore Sgorlon ci rammenta la varietà e il colore della lingua italiana contemporanea, straordinario veicolo della poesia, dell’arte e della cultura.

Il patriarcato della luna

Alla scoperta del patriarcato della luna

Chiedo perdono se vi ho annoiato, come ogni buon ospite mi rendo conto che per me è ora di andare e non disturbare oltre. Spero solo di aver suscitato la vostra curiosità quel tanto che basta, giusto un consiglio di lettura per chi è sempre alla ricerca di nuove pagine da divorare. E anche un timido invito a scoprire il Friuli, patria di Carlo Sgorlon, sia attraverso le sue opere sia con un bel viaggio. Sebbene io abbia osannato l’abbondanza di lessico della mia lingua madre, non avrò mai parole che mi soddisfino per raccontare questa terra dove affondano ormai lontane le mie radici. Mi affiderò dunque alle parole di Carlo Sgorlon per sentirmi parte un pochino anch’io di quell’onirica Piccola Patria, il fiabesco “patriarcato della luna”.

Ilaria Igieni

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