La diva proletaria: leggi GRATIS il primo capitolo

La diva proletaria: Storia di Eva Perón e delle sue avventure post mortem è un romanzo storico di Borja Loma Barrie del 2016.

Il romanzo ripercorre le tappe salienti della vita di Eva Perón: dall’essere un’attrice di provincia a first lady dell’Argentina, acclamata in vita e venerata da morta.

La diva proletaria è disponibile su Google PlayiTunesKoboAmazon e sulle principali piattaforme digitali.

La diva proletaria: leggi il primo capitolo

Il tenente generale Pedro Eugenio Aramburu cercava di appisolarsi per facilitare un po’ la digestione del controfiletto con senape, verdure e patatine che aveva appena finito di gustare nella sua casa nel centro di Buenos Aires, in calle Montevideo vicino a calle Santa Fe, di fronte al collegio Champagnat.

Era davvero buono, il controfiletto.

L’aveva fatto sbavare e si era pure leccato i baffi.

E l’aveva anche fatto pensare che forse, con l’età, era diventato un uomo sensibile ai piaceri.

Non solo ai piaceri “della carne” in senso stretto ma anche e soprattutto al desiderio erotico. Aveva notato infatti che il desiderio aumentava sempre di più in lui, soprattutto verso le ragazze giovani, fossero o meno maggiorenni.

E lo considerava il massimo della sventura. Per tutta la vita era stato un cattolico morigerato, puritano, ortodosso e integralista, ma sospettava di non comportarsi come un vero cattolico da molti anni.

Era però riuscito fino ad allora a mettere un freno se non a tutti, alla maggior parte dei desideri e delle tentazioni quotidiane, che assalivano lui così come gli altri uomini e, probabilmente, anche le donne.

E ora, verso il tramonto della sua vita, quando meno se lo aspettava e nel momento meno opportuno, era pieno di desideri. Pieno di desideri, di appetiti, di pulsioni sessuali insignificanti ma ardenti che lo facevano vergognare quando usciva in strada.

E ora, durante la sua vecchiaia, era pieno di desideri lussuriosi a volte inverosimili e sempre peccaminosi e forse miserabili e addirittura mostruosi e perversi.

E, doveva riconoscerlo, erano dettati sia dalla pancia sia dall’uccello.

Come se lui, lui, lui, generale papista e clericale, fosse un volgare sacco di pelle e ossa nel quale racchiudere tutti quegli istinti primordiali. Come se lui, ex presidente de facto della repubblica, fosse un adolescente, pigro e pieno di ormoni, che si masturba.

Aveva 67 anni e sapeva benissimo che non doveva mangiare così pesante a pranzo, né tanto meno a cena. Ma ogni tanto, ultimamente sempre più spesso, si concedeva qualche strappo alla dieta perché gli piaceva tantissimo la cucina della moglie, soprattutto quando preparava piatti semplici come la carne alla griglia, le uova fritte o il sotto filetto. Per qualche ragione che il tenente generale ignorava, sua moglie, Sara Herrera, 52 anni, cucinava la carne in modo divino, senza eguali, molto sugosa, artistica, perfetta… In quel momento mentre si sforzava di pensare a qualcosa che gli provocasse un po’ di sonno, coricato sul letto, sopra il copriletto, in pantaloncini e maglietta, pensava che sua moglie aveva quella che gli spagnoli, quei coloni ignari devoti da secoli allo stomaco, chiamano “mano de santo”, sarebbe a dire un’abilità unica e straordinaria in cucina, forse addirittura di origine soprannaturale, che permette di cucinare alcuni piatti che in altri focolari risulterebbero addirittura volgari e prosaici.

Improvvisamente sentì una sensazione di acidità provenirgli dallo stomaco e, temendo di non poter riposare a causa dei disturbi gastrici, allungò la mano verso il tavolino da notte per prendere una pillola anti gastrite che gli alleviasse quel bruciore, che sentiva arrivare più dalla trachea che dallo stomaco e che provocò qualcosa di strano.

Quelle manifestazioni del corpo, che gli sembravano misteriose e fatali, da qualche tempo lo preoccupavano molto. Non sapeva perché avvenissero. E sempre, sempre, sempre aveva pensato che il corpo fosse una maledizione di Dio. E il mezzo con il quale Egli, maliziosamente e astutamente, aveva disposto la distruzione degli esseri umani.

Da un paio di anni Aramburu pensava che, alla fine della vita, saremmo finiti tutti per combattere fino alla morte con la biologia.

La vita finiva perché così diceva il corpo o il suo irrimediabile disfacimento, anche se la volontà andava in ben altra direzione.

La porta della sua stanza si aprì silenziosamente.

Sua moglie Sara, della quale vedeva solo la bionda chioma ossigenata, con dei riflessi azzurri che rivelavano la bassa qualità della sua tinta, apparve sulla soglia e gli chiese gentilmente se stesse dormendo.

-Non ancora. Magari ci riesco fra dieci minuti. – rispose stiracchiandosi – E se no mi alzo,così questa notte dormirò di più e meglio. – aggiunse mentre si rigirava nel letto, girandosi verso la finestra della stanza, la sua posizione preferita per prendere sonno.

– Tu e la tua testardaggine. – Commentò ironicamente Sara sollevando le sopracciglia – … Sono venuti degli ufficiali, Pedro. – aggiunse con un tono più gentile e risoluto.

– Degli ufficiali? – chiese Aramburu stupito rigirandosi nel letto.

– Sì, dello Stato Maggiore. Chiedono di te.

– Che strano… Chi sono? – chiese mentre sollevava il busto con le braccia distese in avanti e guardava sua moglie dritta negli occhi.

Sara si strinse nelle spalle.

– Uno è il capitano Ruso, l’altro è il suo aiutante e un terzo di cui non ricordo il nome. – rispose.

– Sei sicura? – chiese aggrottando le sopracciglia.

– Certo che sono sicura!… – rispose sua moglie un po’ seccata. E con un gesto brusco si scosto una ciocca di capelli dal volto. – Dai, alzati che preparo il caffè per tutti. – affermò di nuovo in tono cortese mentre se ne andava.

– Arrivo subito – disse svogliatamente mentre tratteneva uno sbadiglio.

Il tenente generale, infastidito per l’interruzione del suo riposo pomeridiano, si alzò dal letto e qualche secondo dopo entrò in bagno. Aveva ancora bruciori di stomaco e decise di prendere un’altra pastiglia, che prese da una scatoletta argentata che si trovava nell’armadietto sotto lo specchio. Decise comunque di farsi una rapida doccia e di mettersi l’uniforme, così quegli idioti dello Stato Maggiore non si sarebbero dimenticati chi comandava e con chi avevano a che fare.

Quando dieci minuti più tardi entrò nella stanza, dove i tre uomini erano stati fatti accomodare da Sara e ai quali era stato offerto il caffè, senza latte ma già zuccherato, si alzarono tutti.

– Generale – disse Ruso facendo schioccare i tacchi e facendo il saluto militare, serio, dimostrando rispetto e considerazione per il suo superiore.

– Riposo, capitano… Mi ha detto mia moglie che lei è il capitano Ruso – fu il saluto di Arambaru con un tono meno amichevole di quanto avrebbe voluto.

É così generale. Sono venuto con il mio aiutante il tenente Lúculo e con il qui presente sergente Chiplo. – rispose Ruso mentre gli altri due, in piedi davanti alle rispettive sedie, facevano schioccare i talloni e abbassavano leggermente la testa.

– Molto bene e cosa vi porta qui? – chiese Aramburu in tono allegro mentre prendeva posto su una comoda poltrona di fronte al tavolo da caffè e di fronte allo stesso Ruso, che prese posto poco dopo su uno dei tre sofà color crema , quello appoggiato alla parete che dominava la sala. Anche i suoi uomini si accomodarono e li osservavano in silenzio.

– Siamo qui per ordine del generale Onganía – rispose Ruso con il petto in fuori e la testa rivolta a Aramburu – Siccome è il 29 maggio, giorno dell’esercito, il quartier generale pensa che lei dovrebbe avere una scorta. E ha mandato noi.

– Voi sareste la mia scorta? – chiese stupito Aramburu.

– Esatto, generale. – rispose Ruso sfoderando un sorriso gentile.

– Ma che stupidaggine – disse Aramburu guardando orgoglioso il suo interlocutore – Non voglio una scorta. L’ho già detto tante volte al generale Fernández e a Ongaría… Non capisco perché stia succedendo tutto questo.

É solo per oggi. – si affrettò a dire Ruso in tono conciliatore – Si teme che alcuni elementi sovversivi vogliano provare ad attaccarla – aggiunse abbassando il tono della voce, come se gli stesse facendo una confidenza.

Il capo militare storse la bocca in un’espressione di evidente disgusto.

É questo che pensa il comando? – chiese con un tono di lieve disprezzo mentre si alzava di colpo dalla poltrona con una smorfia di irritazione e di superbia.

– Sono sempre convinto che sia una stupidaggine, capitano. – disse il tenente generale in tono autoritario e sicuro di sé – Se mi attaccano saprò difendermi come si deve, è per questo che sono un militare, cazzo…Finite il caffè e tornatevene da dove siete venuti – ordinò con voce concitata.

Deve essere così, generale – rispose Ruso alzandosi a sua volta, cosa che per un istante sorprese Aramburu.

Appena l’ordine risuonò nella stanza, ci fu un silenzio di tomba.

Aramburu, in piedi, teneva con arroganza la testa alta ed evidentemente si aspettava che i suoi ordini venissero eseguiti all’istante.

Ruso, anche lui in piedi, lo guardava con espressione abbacchiata. Sussultò, prima guardò in terra poi guardò il generale, che strabuzzò gli occhi un paio di volte.

Dopo averlo guardato dritto negli occhi, Aramburu pensò che, chissà per quale motivo, quello sconosciuto capitano non gli avrebbe obbedito. In un attimo si preparò a quest’evenienza, sarebbe a dire che si preparò a contrastare come si deve un’insubordinazione, anche se avrebbe avuto luogo nell’ingresso di casa sua, nella sua residenza privata.

– Noi ce ne andiamo… ma lei viene con noi, generale. – disse Ruso con calma, aprendosi la giacca e lasciando intravedere il calcio nero opaco di una pistola.

Aramburu vide l’arma e impallidì. Guardò preoccupato verso la moglie, la quale era uscita pochi istanti prima dalla sala dirigendosi verso la cucina e rimanendovi, probabilmente pensando che il destino di tutte le argentine fosse passare la vita a lavare pentole e stoviglie.

– Ma, ma… non potete fare questo. – disse il tenente generale balbettando, senza smettere di fissare il capitano.

L’espressione di Ruso era cambiata. Ora era tirata e un po’ stralunata.

– Venga qui…! Andiamo! – disse senza gridare, con la mano destra tesa e con un movimento che voleva ordinare al tenente generale di avvicinarsi.

In quell’istante il tenente Lúculo si alzò e con due passi fu dietro al tenente generale, ma senza toccarlo. Il sergente, quasi nello stesso momento, si diresse rapidamente verso la porta e la aprì, lasciandola socchiusa, come a invitare tutti i presenti a uscire.

Lúculo spinse Aramburu con gentilezza obbligandolo ad avanzare e gli disse:

– Ci accompagni e stia tranquillo. Non opponga resistenza, generale, per il bene di tutti, soprattutto il suo e quello di sua moglie. Diversamente, le sparo un colpo alla nuca qui, adesso.

– Lasciate che prenda il mio cappello. – disse improvvisamente il generale senza rivolgersi a nessuno in particolare mentre si avvicinava al tavolino da caffè, dove era posato il berretto, e lo prese delicatamente fra le mani senza indossarlo.

– Andiamo! Andiamo! – esclamò Ruso, improvvisamente eccitato. Aramburu si rese conto di essere impallidito visibilmente. Lì dentro cominciavano tutti ad avere un colorito tenue, simile a quello dei cadaveri freschi, pensò lugubre.

Lúculo prese il tenente generale per un braccio e avanzò con lui verso la porta aperta. Uscirono entrambi nel corridoio, lungo, scuro, con la pittura scrostata dai muri e stretto. In quel momento non c’era nessuno in corridoio.

Andarono verso l’ascensore, presidiato da Chiplo, anche lui molto pallido, che aveva appena premuto il bottone per chiamare l’ascensore.

Il motore, risalendo, risuonò nel palazzo con terribile rumore di ferraglia, come se fosse un uragano. Sentendolo Chiplo si spaventò non poco e automaticamente si portò la mano destra alla parte posteriore dei pantaloni, dove aveva la pistola.

Qualche secondo più tardi arrivò anche Ruso che aveva notato avvicinandosi lo spavento del sergente e gli disse in tono di disprezzo:

– Chiplo, non fartela addosso, è solo un maledetto ascensore, cazzo.

Il sergente, con il volto pallido come cera, lo guardò con odio senza dire una parola.

– Andiamocene, prima che la vecchia se ne accorga. – aggiunse Ruso, estraendo completamente la pistola dalla fondina, tenendola parallela alla gamba destra, con la canna puntata verso il basso. – Lasciamelo! – ordinò poi a Lúculo.

E gli spostò la mano che stringeva l’avambraccio del tenente generale per afferrarlo lui stesso per le spalle, con forza e determinazione, sbattendo contro il corpo di Aramburu, che rimaneva immobile e pallido.

Ruso, il tenente generale e Chiplo salirono sull’ascensore. Lúculo scese con passo rapido dalle scale, visto che l’ascensore era troppo stretto per tutti loro.

Arrivarono in silenzio fino al piano terra, Ruso continuava a tenere stretto Aramburu quasi dovesse cadere a terra da un momento all’altro. In realtà era immobile.

– Lo tieni in modo un po’ appariscente, non ti pare? – affermò aspro Lúculo, che li aveva quasi raggiunti dopo essere sceso per le scale. – Allenta un po’ la presa… e metti via quella pistola.

– Zitto coglione e fai quello che ti dico, porca puttana. – esclamò Ruso, sputando le parole – Dì a Norma che porti subito qui il camion, cazzo.

Lúculo uscì allo scoperto in calle Montevideo cercando comportarsi normalmente. Alcuni suoi compagni avevano spiato per mesi la residenza di Arampuru dalla biblioteca del collegio Champagnat, situata al primo piano dell’edificio. Grazie a questi appostamenti, sapeva che l’unica presenza di polizia era un poliziotto di guardia a un edificio all’angolo di calle Santa Fe.

Guardò in quella direzione e vide in effetti il poliziotto solitario al solito posto, in piedi, che fumava e che camminava a piccoli passi prima verso destra e poi verso sinistra, con la faccia inespressiva. Lúculo vide distintamente il suo aspetto trasandato e lo sguardo fisso a terra mentre probabilmente stava pensando a tutto fuorchè al suo lavoro.

Lúculo si aggiustò il berretto dell’uniforme, sospirò e attraversò la strada dirigendosi verso un grosso camioncino azzurro. Salì rapidamente sul sedile del passeggero e un minuto dopo il veicolo si avvicinò arrancando al portone della casa di Aramburu.

Il tenente scese dalla cabina e aprì il portellone posteriore del camion, restando lì, con la mano appoggiata alla maniglia, quasi lo stesse tenendo su, a guardare con discrezione a destra e a sinistra.

Chiplo, che si trovava all’interno del portone e osservava attentamente Lúculo attraverso la porta di vetro e ferro battuto, disse a Ruso, senza guardarlo e con tono concitato:

– É in posizione. Non metterci tanto, bastardo.

– Esci dopo di me. – gli ordinò Ruso con tono rauco, mentre usciva in strada con il tenente generale.

Ma sì, cazzo… ne abbiamo già parlato! – borbottò Chiplo teso e infastidito.

Appena uscirono sul marciapiede di calle Montevideo, Ruso allentò un pochino la presa su Aramburu dopo che ebbe visto un passante che si dirigeva verso di loro da ovest. Era un uomo sulla cinquantina con un giornale sotto braccio, che camminava e fumava lentamente. Ruso capì all’istante che non rappresentava una minaccia ma in ogni caso disse ad Aramburu, dandogli del tu:

– Se provi a fare qualcosa ti fucilo… bastardo!

Il tenente generale non rispose e continuò a camminare in direzione di Lúculo, che gli aveva fatto segno con la mano.

Ruso si mise dietro ad Aramburu e quando questi arrivò vicino a Lúculo, si voltò per dare un’ultima occhiata al passante cinquantenne che passò come se nulla fosse davanti al portone della casa, sputò per terra e proseguì in direzione di calle Santa Fe.

Anche Ruso riconobbe che avevano avuto fortuna perché fino a quel momento neanche un’automobile era arrivata da est né si era posizionata dietro il camioncino parcheggiato in doppia fila, costituendo così una minaccia per loro.

– Andrà bene, cazzo, andrà tutto bene. – disse improvvisamente ad alta voce.

– Zitto tu, coglione – sussurrò Lúculo– Ci manca solo che cominci ad acclamare il compagno Perón, testa di cazzo.

– Lo farò se mi converrà, testa di rapa. – rispose Ruso, che guardò il suo compagno con aria di sfida.

– Pensi di essere il mio superiore solo perché indossi un’uniforme da capitano e io da tenente. – replicò Lúculo avanzando di un passo verso il suo interlocutore.

– Vuoi picchiarmi, razza di cretino? – borbottò Ruso avanzando torvo verso Lúculo finché i due non furono uno di fronte all’altro.

– No, va’ a farti fottere, brutto stronzo. – biascicò Lúculo, riempiendo di gocce di saliva il volto di Ruso, il quale sollevò la pistola all’istante e la puntò in fronte al tenente.

Lúculo era molto teso. Spalancò gli occhi e la bocca.

– No, per favore no. – piagnucolò sentendo l’arma fredda a contatto con la pelle.

– Ora sei spaventato, eh?.. stronzo. – disse Ruso mentre toglieva la sicura alla sua pistola.

In quel preciso istante Norma, che guidava il camioncino, dopo essersi spostata sul sedile del passeggero, sporse la testa, mora e spettinata, dal finestrino di destra.

– Cazzo! Smettetela di rompere le palle, cazzoni! Teste di cazzo! – esclamò utilizzando parte delle volgarità che aveva imparato a Cuba, l’unico paese che avesse mai visto dopo aver passato 28 anni in un lurido villaggio della Rioja argentina.

– Avrete tempo per far vedere chi è il più figo fra di voi, cazzoni! – gridò ripetendo l’imprecazione che più le piaceva della ricca tradizione caraibica.

– Non rompere compagna, che questo bastardo lo posso fucilare anche subito! – ululò in risposta Ruso, senza perdere di vista il compagno e senza smettere di puntargli addosso la pistola.

Lúculo tremava e gli si erano riempiti gli occhi di lacrime.

– Negativo, compagno! – disse l’autista e improvvisamente prese una pistola e la puntò contro Ruso. – Lascia quel cagasotto e occupati di quell’antiperonista, checca.

– Sì, sì, sì. Scusa, compagna. – Ruso chiese scusa, spaventato dal tono della compagna.

Appena guardò verso Aramburu, notò con sollievo che era salito da solo sul camioncino e se ne stava seduto su di un fagotto, con il berretto dell’uniforme fra le mani, con un’espressione da agnello sgozzato e un colorito pallido.

Ben fatto, generale. Se continua a comportarsi così, io e lei diventeremo buoni amici – commentò ironico il capitano.

E dopo che anche Chiplo era salito sul camioncino, chiuse con forza la porta e disse a bassa voce, riferito ad Aramburu:

Antiperonista di merda.

Norma, appena sentì la porta chiudersi, avviò il motore e dopo qualche istante, dopo essere arrivato a Santa Fe e aver svoltato a destra, il veicolo si mescolò al traffico anarchico di Buenos Aires.

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