Muoio e torno: leggi GRATIS il primo capitolo

Muoio e torno è il primo romanzo pubblicato in Italia dello scrittore e detective privato spagnolo Rafael Guerrero.

Muoio e torno è la seconda indagine del detective privato Rafael Guerrero: il protagonista, infatti, è l’autore stesso che narra, in prima persona, la propria esperienza di detective privato.

Muoio e torno: leggi il primo capitolo

 

Capitolo 1: Sapore di candeggina

Andare in carcere ti spaventa e ti segna, sia che tu ci debba passare trenta minuti o trent’anni. Nonostante lo spirito riabilitativo che alimenta i suoi principi morali e l’offerta di una pensione completa, persino la morte offre migliori prospettive per il futuro. E il suo sapore (sì, il suo sapore, non il suo odore), quel misto di candeggina e tabacco e povertà, forse è la pena più merdosa da sopportare una volta lì dentro.

Ottenere un colloquio con un cliente nel carcere di Soto del Real, o in qualsiasi altro, non è una cosa usuale per me: il mio lavoro come detective privato si concentra su coloro che sono ancora fuori e non tanto su quelli che sono stati beccati grazie a quello che uno come me potrebbe scoprire, o meglio, grazie a quello che loro cercavano di nascondere.

In questo caso specifico, il cliente stava scontando una condanna definitiva di quindici anni per omicidio, non è importante chi aveva ammazzato; fu il suo avvocato, uno dei nostri migliori clienti, a raccomandarci a lui. Quindi non era conveniente rifiutarsi di collaborare e lasciarsi sfuggire così due prede senza nemmeno sparare un colpo, sempre che, ovviamente, l’indagine richiesta fosse legittima e legale (non sempre questi due termini vanno a braccetto e da uno condannato per omicidio puoi aspettarti di tutto; da chiunque ci si può aspettare il peggio). E quest’indagine, all’inizio, lo era.

Anzi, a parte la pompa magna della messa in scena originale (l’imminente faccia a faccia nel parlatorio di una prigione), si trattava di un incarico quasi di routine, di quelli che accettiamo solamente quando non abbiamo alternative, quando noblesse oblige: il detenuto voleva sapere se sua moglie se la faceva con quello che era il suo socio prima di finire in galera. L’ossessione di controllare tutto che ha qualcuno non può essere rinchiusa in cella.

L’avvocato e intermediario, si era occupato della parte burocratica di modo che io potessi avere un colloquio un martedì alle nove e mezza del mattino con un uomo di cinquantasette anni, calvo, grasso, con delle occhiaie profonde e (mi avvertì l’avvocato) “dai modi grossolani“. Il tipico stereotipo dell’uomo d’affari bizzarro che ha fatto fortuna tanto velocemente quanto rapidamente ha perso i suoi principi morali, se mai ne avesse avuti. Ad ogni modo, avrebbe anche potuto essere una bellissima persona.

Dopo essermi identificato e aver superato le barriere di sicurezza, sempre scortato da un diligente e silenzioso funzionario, mi fecero entrare in una stanza senza alcuna attrattiva, eccezion fatta per la tenue luce che filtrava da una finestra protetta da sbarre di modo che nessuno, nemmeno io, potesse scappare. E neanche quel sapore così speciale, marchio di fabbrica. Il tipo mi aspetta seduto, con la sua pancia poderosa che si poggia sul tavolo che ci separa, mentre si sfrega le mani con una crema inesistente come se si preoccupasse veramente di mantenerne la morbidezza per i prossimi quindici anni.

Mi siedo di fronte a lui, pronto ad ascoltare. È ciò che faccio sempre, di solito le parole che si usano per rompere il ghiaccio sono determinanti: ciò che si dice fra le righe è più significativo delle righe stesse. Non mi scordo nemmeno del linguaggio del corpo, le deboli menzogne attraversate dai sudori freddi. Tutto è importante per farti un’idea di chi hai di fronte e se ti pagheranno quanto pattuito. Quando l’avvocato mi aveva parlato di questo caso, il denaro non sembrava essere un problema. L’incazzatura esistenziale del cliente, sì.

«Non mi fido più di nessuno lì fuori, nemmeno di lei,» dice a bruciapelo, senza nemmeno presentarsi «ma se mi frega, so che ogni giorno la potrò trovare nel suo ufficio» sentenzia allo scopo di tatuarmi nel cervello il suo modus operandi.  Come si dice, uno spaccone che si rivolta e graffia come un gatto a pancia all’aria.

«Anch’io potrò trovarla qui tutti i giorni per i prossimi quindici anni» marco il mio territorio con tutta l’educazione che mi è possibile recuperare dopo aver sentito la sua inutile minaccia.

E ottengo l’effetto desiderato. Il tipo si rilassa e abbozza anche una smorfia, qualcosa di simile a un sorriso complice che mi colloca al suo stesso piano, quello di un duro come lui, uno dei suoi. Ma fuori di gattabuia.

«Voglio che pedini mia moglie. Credo che se la stia facendo con il mio ex socio, uno stronzo da competizione dal quale dovrà guardarsi le spalle: ha molto denaro e nessuno scrupolo. Si destreggia nei peggiori tuguri del mondo. So bene di cosa parlo.»

«Scommetto di sì, se ha lavorato con lui.»

«Non faccia il furbo, signor Guerrero. Negli affari i contatti con l’inferno valgono oro, ma la donna di uno è sacra. Non si tocca, soprattutto se il marito è in questo cazzo di carcere e per quando uscirà sarà un vecchio che nemmeno con una dose massiccia di Viagra…»

Annuisco con la testa a indicare che me ne occuperò io, ma anche per interrompere la conversazione: mi importa ben poco della sua vita sessuale fra tre lustri. Poco, quasi quanto quella del suo presente.

«Il mio avvocato le avrà già dato tutti i dettagli e le informazioni di cui ha bisogno: foto, indirizzi, numeri di telefono… indaghi e mi porti delle prove. Voglio beccarli, divorziare da quella troia senza darle un euro e darle una lezione. In quest’ordine.

«Non preferirebbe se non ci fosse niente tra loro due?»

«Non rompa detective. Mi dia ciò che voglio e ciò di cui ho bisogno. E io le pagherò quello che mi chiede.»

Evito di dire un’ovvietà: gli darò quello che trovo, né di più né di meno. E mi pagherà lo stesso, che gli pesino le corna o meno.

«Non si preoccupi documenteremo tutto ciò che vediamo e lo inseriremo in un dossier.»

«Non mi preoccupo, mi occupo» dice, tornando a incarnare lo stereotipo dell’uomo forte, che si è fatto da solo e che lava, o brucia, i panni sporchi dovunque si trovi. Povero diavolo. Non è compito mio giudicare nessuno, tantomeno uno che è già stato giudicato dai tribunali, tuttavia, il suo atteggiamento produce in me un sentimento che oscilla fra la risata e la pena, tutta la pena che si possa provare per un omicida reo confesso.

Mi alzo e gli tendo la mano per siglare l’accordo commerciale e per salutarlo. Prima ancora di cominciare ho la certezza che sua moglie gli sia veramente infedele. La stringe con forza e allo stesso tempo, controvoglia. La mano è soffice. Non lo ammetterà mai, ma il colloquio con me questa mattina gli ha migliorato la giornata, perché a partire da quel momento non gli rimarrà altro che impregnarsi di quel sapore di carcere fino a quando non arriverà una nuova visita e gli porterà una ventata di aria fresca. Aria di fuori.

Torno indietro verso l’uscita di nuovo accompagnato da un funzionario, anche se diverso da quello che mi aveva accolto. Firmo il registro e faccio il conto dei minuti che ho trascorso qui dentro: venti. Più che sufficienti. I miei vestiti puzzano.

Mi ricordo di quel paesaggio carcerario come se fosse oggi, in una forma vivida e recente, anche se in realtà è successo qualche settimana fa e da allora sono successe parecchie cose, la maggior parte insperate, che non si capirebbero senza questo caso e senza il mio impegno in quel caso. Appena arrivato dal Brasile, mentre scrivo queste parole, mi rendo conto che la risoluzione di quel caso ha segnato il modo di affrontare il caso successivo e in qualche modo, la maniera di avvicinarmi ad esso. E questo è niente.

Muoio e torno è acquistabile in formato ebook su AmazonKobo, iTunes. A breve sarà disponibile anche su Google Play e sulle principali piattaforme digitali.

Dopo essere uscito dal carcere di Soto del Real, tornai nel mio ufficio nella zona nord di Madrid con il finestrino completamente abbassato, di modo che l’odore di prigione se ne andasse il prima possibile. Sull’autostrada M-609, all’altezza di Colmenar, in direzione della città, l’aria di montagna della zona riuscì a diradare quella maledetta puzza. In soli venti minuti, gli stessi per cui ero stato in prigione, arrivai al mio ufficio e organizzai una riunione con i collaboratori che avrebbero partecipato a quell’incarico poco allettante.

La documentazione fornita dal cliente e dal suo avvocato era più che sufficiente per dare il via alle procedure necessarie a cui, d’altra parte, ci eravamo già abituati da altri casi simili: i tradimenti e i suoi riti sono praticamente sempre uguali indipendentemente da chi le metta in atto. Suddivisi i turni cercando di conciliare gli impegni dei colleghi con figli, cani, e gatti, individuammo i punti chiave da tenere sotto controllo, ci creammo le coperture false indispensabili a pararci le spalle, controllammo l’attrezzatura audio-video e ci mettemmo in marcia. Prevedevo che presto avremmo ottenuto dei risultati e che il detenuto sarebbe stato contento di essere stato doppiamente tradito.

Però durante il lunghissimo pedinamento a Madrid e dintorni non trovammo nessuna prova schiacciante di una relazione sentimentale o sessuale fra la moglie e l’ex socio del cliente. Fosse per tutelarci, per buonsenso o per puro caso, tutto ciò che vedemmo, che registrammo e fotografammo non serviva per rendere conto di un’infedeltà manifesta: né i baci, né gli abbracci, né le notti in hotel o le fughe in un appartamento “neutrale”.

Alcune volte lui la accompagnava in auto fino al carcere, aspettava in un bar che lei avesse il suo faccia a faccia con il marito e poi andavano a mangiare in un ristorante di lusso dove servivano frutti di mare, ma prestavano molta attenzione a non manifestare il loro affetto in pubblico e, salvo che le loro case non fossero collegate da tunnel segreti sotterranei, quella somigliava di più a una buona amicizia o addirittura a un’espressione di appoggio fraterno per la moglie del socio incarcerato.

Riferii quest’informazione all’avvocato del mio cliente e gli dissi senza mezzi termini che procedere in questa indagine  gli avrebbe comportato una spesa considerevole senza garanzie di successo, almeno del tipo di successo che poteva attendersi dal carcere. “O accetta che non ci sia nulla fra loro due o dilapida la sua fortuna pagandomi le parcelle”, spiegai all’intermediario.

Proprio mentre l’avvocato si stava consultando con il nostro comune cliente e noi attendevamo di accantonare o meno il caso, scoprimmo che la moglie aveva comprato un biglietto aereo per Tunisi per quel fine settimana. Siccome l’aveva ingenuamente pagato con la carta di credito collegata al conto cointestato, riuscimmo ad avere accesso ai movimenti della carta stessa e siccome non aveva prenotato un alloggio, immaginai che se ne sarebbe occupato il suo accompagnatore o  il suo ospite. È possibile che non si trattasse del famoso ex socio o che la donna viaggiasse da sola per approfondire la cultura araba o per visitare le rovine romane di Dougga, l’antica Cartagine. In ogni caso, si apriva una nuova pista che avrebbe potuto condurci ai risultati sperati, o ad altri.

Essendo a conoscenza del numero di volo e dell’ora di arrivo a destinazione della sospettata, l’idea era di precederla e di aspettarla in aeroporto per metterla, con l’appoggio di qualche collaboratore locale, sotto stretta sorveglianza. Richiesi l’approvazione delle spese e l’avvocato, sapendo che il nostro cliente cominciava a spazientirsi e che era meglio una spesa extra che perdere l’opportunità di dare ragione a chi paga per averla, me la diede a suo rischio e pericolo; “fermo restando che a muoversi sarà lei”, fu il solo limite al budget.

Presi un volo diretto dell’Alitalia e atterrai all’aeroporto internazionale di Tunisi-Cartagine appena cinque ore prima che lo facesse la moglie: avevo giusto il tempo di stendere un piano urgente per il pedinamento (sarebbe a dire, affittare una macchina e poco altro) e senza aver ottenuto il supporto logistico locale semplicemente perché nessuno era disponibile in quel Paese.

Con i tunisini ancora alle prese con la cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini” o “intifada di Sizi Bouzid” (che ebbe inizio il 17 dicembre 2010, provocando la caduta del potere di Ben Alí, un dittatore che aveva sottomesso e sfruttato il suo popolo senza nessuna remora per 23 anni) e con il successivo periodo di transizione verso una democrazia dal taglio occidentale, era impossibile trovare un detective libero.

Le agenzie di stampa, le agenzie di contro informazione e di sicurezza locale, e soprattutto quelle straniere (dite quello che volete, ma chi comanda in questo mondo non lascia che i propri sudditi facciano cambiamenti senza controllarli e tutelarli segretamente) occupavano tutto il personale autoctono. Be’, mi toccava fare da solo.

Non mi dilungherò sui particolari dell’indagine, bensì sui risultati della stessa: la moglie e l’ex socio del mio cliente avevano veramente una relazione. E molto seria. Riuscii a ottenere le prove in un resort sulla costa orientale, il AlKantara Thalassa Djerba Hotel, proprio dove i suoi buttafuori, che sicuramente lavoravano anche per la polizia segreta tunisina, mi scoprirono. Sì, mi hanno scoperto. Non è una situazione molto frequente ma capita a tutti i detective: è una cosa logica e prevedibile quando lavori da solo e in condizioni precarie, o per meglio dire, io contro le circostanze e contro un capo che ha contatti all’inferno. Non ci fu colpa né errore, fu solo una fatalità.

Mi minacciarono dicendomi che se non avessi consegnato loro tutto il materiale fotografico ottenuto durante quelle ore di attesa senza mangiare né dormire e se non avessi lasciato il Paese entro 24 ore, mi avrebbero sbattuto in prigione per quindici anni (che coincidenza) per spionaggio, con dozzine di vere spie che andavano in lungo e in largo per tutto il Paese, e per lesa maestà.

Di fronte a queste condizioni suggestive e per ragioni di discrezione, evitai di avvisare l’Ambasciata e non mi rimase altro da fare che ubbidire. Fortunatamente ero riuscito a inviare per mail le registrazioni fatte con la telecamera nascosta. La missione era fallita e anche la mia pelle era a rischio. Ma qualcosa si era salvato: il cliente avrebbe potuto vedere le immagini del tradimento per le quali stavo rischiando la vita.

Essendo stati allertati dai loro colleghi della polizia segreta, alla dogana dell’aeroporto tunisino mi controllarono da capo a piedi. Come pedaggio o lasciapassare, si tennero le macchine fotografiche e le videocamere che erano però vuote, visto che i nastri e le memory card erano in mano dell’ex socio che, nella sua stanza d’albergo, si scopava la moglie del mani delicate: una meravigliosa storia d’amore.

A Madrid, con le tempie che ancora mi pulsavano per lo spavento, mi presentai all’avvocato del mio cliente senza il materiale audio-video registrato. Avevamo le immagini, certo, ma non il nastro originale o la memory card. Dal punto di vista legale, in una domanda di divorzio, l’avvocato dell’altra parte potrebbe impugnarne la validità perché sarebbe impossibile realizzare una controperizia che dimostri che non sono state manipolate. Sarebbe a dire che, da un punto di vista legale, non avevamo nulla più delle prove che erano davanti ai nostri occhi. Il caso era perso in partenza e quindi era probabile che se avesse chiesto il divorzio, il mio cliente, oltre che essere cornuto e condannato, avrebbe dovuto pagare a sua moglie un assegno di divorzio.

L’avvocato si scusò, anche se non era colpa sua. A dire la verità, non era colpa di nessuno: io avevo fatto l’impossibile per ottenere quelle prove, lavorando in condizioni estreme e senza aiuti. Non mi si poteva chiedere di più. Forse se avessi potuto contare su un qualche tipo di appoggio, la polizia segreta tunisina non mi avrebbe scoperto, ma pensarci  non serviva a nulla. Mi ero cacciato in un vespaio senza nessuna protezione ed era già tanto che potessi raccontarlo.

Con il cliente scontento per la scarsa utilità giudiziaria del materiale ottenuto e l’ingente somma di denaro sprecata per ottenerlo, mi rimaneva una magra consolazione: era improbabile che mi invitasse di nuovo a trovarlo in prigione. Quando le cose non vanno come vuole il cliente, questo lavoro è ingrato, molto ingrato.

Ero frustrato, sfinito e incazzatissimo: aver rischiato la vita non era servito a molto. È vero che avrei guadagnato quanto stabilito dal contratto e che avevo ottenuto ciò che mi era stato chiesto, fosse o meno utile per altri scopi, ma ciò non mi impediva di sentire nella bocca dello stomaco un retrogusto amaro e acido, un gusto di tabacco e candeggina.

L’unica certezza di un detective sta nell’onnipresenza dell’incertezza. Per quanto tempo ancora il mio corpo e la mia mente potranno sopportare questa continua pressione?  Non ho orari né una famiglia mia alla quale appoggiarmi, non so nemmeno in quale Paese mi giocherò la vita domani. Visti così, vent’anni di professione sono più dei quindici di condanna dell’omicida cornuto. E di quelli che mi avrebbero regalato a Tunisi.

La vita non è come dovrebbe essere né come vorremmo che fosse: è com’è. Quella notte accesi l’ennesima sigaretta e il sapore di candeggina mi diede un po’ di tregua.

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